Sul latte versato

È ormai da un paio di giorni che assistiamo alla cosiddetta “guerra del latte”, centinaia di pastori scesi nelle strade a buttare il latte in segno di protesta per il prezzo iniquo.
Il mondo politico, per quello odierno ormai è un obbligo, è corso subito a “commentare”.
In pochi hanno proposto soluzioni, in pochi ancora hanno agito quando ne hanno avuto l’occasione.

Le opposizioni all’attuale Giunta Regionale, presieduta dal Prof. Francesco Pigliaru, prendono la palla al balzo per attaccare dimenticandosi che i pastori sardi pagano anche scelte scellerate della Lega sulle quote latte del Nord.
Si accusa il professore e il suo assessore competente in materia, Caria, di non aver agito sul mondo agropastorale.

In realtà basta citare quattro provvedimenti:

  • il pegno rotativo, che ha consentito alle imprese di ottenere agevolmente finanziamenti bancari fornendo come garanzia i propri formaggi a media e lunga stagionatura;
  • i 45 milioni di euro stanziati per superare l’emergenza siccità di due anni: ne hanno beneficiato 11mila aziende;
  • su stimolo della Regione il governo ha attivato il bando per acquistare il formaggio da destinare alle organizzazioni che seguono le famiglie in difficoltà;
  • la recente costituzione dell’OILOS – Organismo Interprofessionale Latte Ovino Sardo – che ha avuto il riconoscimento del ministero competente e che vede insieme tutta la filiera della produzione del formaggio: produttori e trasformatori, insieme a tutti i soggetti istituzionali ed economici del comparto. In questo organismo i pastori sono rappresentati due volte, come produttori primari e come cooperative.

Sulla questione del prezzo non è la Regione a decidere, il nostro ex Ministro all’ Agricoltura Maurizio Martina propone al Governo gialloverde due proposte: la creazione di un fondo latte-ovino da almeno 25 milioni di euro e un patto di filiera per il pecorino che parta dai costi di produzione stimati.

Il candidato del centrosinistra alla Regione Sardegna Massimo Zedda propone:

  • per l’oggi serve un intervento immediato di legge, come già fatto a livello nazionale per il latte bovino, per l’istituzione di un Fondo da almeno 20 milioni di euro, utili per fare fronte alle difficoltà di un sistema in cui le grandi centrali pagano troppo poco rispetto al costo di produzione.
    Il lavoro dei pastori non può essere sottopagato.
  • Per il domani: un patto di filiera, con la Regione e lo Stato garanti, perché maggiori benefici arrivino a chi produce. Puntualità nei pagamenti degli incentivi che saranno necessari per la diversificazione dei prodotti e la destagionalizzazione della produzione del latte, l’attivazione di misure che rendano possibile l’accesso al credito per i soggetti indebitati per aiutarli a ripartire, sono alcune delle vie da seguire.
    Serve anche che i pastori siano aiutati a fare sistema, per non essere vittime in solitudine di un quadro come quello attuale.

C’è chi propone idee e soluzioni e c’è chi è bravo solo a fare inutili proclami.

 

Matteo Garau

Annunci

Un luogo da chiamare casa

Ho letto il documento di sintesi della conferenza programmatica provinciale e l’ho trovato interessante.

I temi sui quali si concentra, preceduti da un accenno alla proposta di legge per la democrazia partecipata di cui si è fatto portavoce il Circolo Copernico, sono quelli sicuramente più importanti per la vita delle persone e delle comunità della nostra terra e cioè:

  1. Politiche contro lo spopolamento
  2. Politiche del lavoro
  3. Agricoltura
  4. Turismo e commercio
  5. Sviluppo industriale, messa in sicurezza del territorio e mobilità (con particolare riferimento alla Città metropolitana di Cagliari)
  6. Sanità e politiche sociali
  7. Nuova industria e ambiente.

Devo però rilevare due aspetti dei quali, secondo me, è necessario tenere conto se si vuole che queste idee, e anche altre, prendano la forma di un disegno, di una visione del futuro di cui le persone si possano “innamorare”.

Per fare questo è necessario che il nostro programma si trasformi nella descrizione del mondo che vogliamo con parole chiare che evochino immagini nitide e concetti di immediata percezione e comprensione.

Non possiamo, secondo me, sciorinare un programma per punti che ha la freddezza del documento ufficiale. Il documento di sintesi di cui stiamo parlando mi ricorda moltissimo gli atti che leggo tutti i giorni al lavoro. Noi non dobbiamo redigere un atto formale, noi dobbiamo descrivere un sogno, un sogno che dobbiamo dimostrare di essere in grado di concretizzare attraverso chiarezza di linguaggio e sicurezza sulle modalità per farlo. Questo è il primo aspetto.

Il secondo aspetto riguarda quella che nella teoria politica viene definita issue, che nel documento secondo me manca, cioè un tema che possa rappresentare un bisogno fortemente sentito dalla nostra gente, che abbia anche un forte potere simbolico, capace di racchiudere in sé, con un effetto di vero e proprio trascinamento, tanti altri temi, credo tutti ben rappresentati nel documento di sintesi, e che possa esercitare quell’effetto di percezione e comprensione per immagini di cui parlavo prima. In altre parole, abbiamo bisogno di un concetto, di un’idea bandiera, che faccia breccia e disponga le menti all’ascolto, soprattutto verso chi ha governato finora e che ha naturalmente, fisiologicamente più difficoltà a farsi ascoltare. Un’idea bandiera che, inoltre, possa unire il passato con il futuro, ciò che abbiamo fatto con ciò che promettiamo di fare, e che possa distogliere il focus dell’attenzione da sterili operazioni di spunta di risultati raggiunti ed errori commessi.

Partendo da queste premesse, la mia proposta di tema bandiera è la Casa.

Se ci pensiamo la Casa è il bisogno più sentito insieme a quello del Lavoro (non dobbiamo cimentarci in discussioni su temi già battuti e soprattutto manipolati da altri come immigrazione e sicurezza, o meglio lo possiamo fare ma in maniera mediata, utilizzando figure e immagini che aiutino a governare l’ansia collettiva alimentata ad arte).

Se ci fermiamo un attimo tutti a pensare cosa questa parola, Casa, richiama alla nostra mente al solo pronunciarla, ci rendiamo conto che si crea subito un ingorgo di immagini, pensieri ed emozioni, tutti positivi e rassicuranti. La Casa è protezione, calore, famiglia, amici; è nutrirsi, lavarsi, vestirsi, riposo.

La Casa è custode di valori e ricordi, è comodità, rifugio, è amore.

La tua Casa ti dà le tue coordinate nel mondo, non ti fa sentire perso. Per quanto umile possa essere, sarà sempre espressione della tua personalità perché la tua casa parla di te e parla con te.

Se hai la sicurezza di una casa hai anche più tranquillità nel cercare un lavoro se non ce l’hai, se hai una casa hai meno ansia per il presente e per il futuro dei tuoi figli, se hai un tetto sopra la testa hai meno paura, ti senti meno minacciato.

Se qualcuno ti dà una casa, non è poi così cattivo (perfino quelli del PD sarebbero meno sporchi e cattivi se riuscissero in questa impresa).

Per provare ad essere concreti, questo lo possiamo fare, secondo me, a partire, ad esempio, dal patrimonio immobiliare della Regione, se la Regione potesse mettere in campo un programma speciale per la valorizzazione e il riutilizzo dei suoi innumerevoli immobili.

Qualcosa è già stato fatto in questa materia durante la legislatura in corso, ma non è stato sufficiente a mio giudizio. Occorrerebbe focalizzare l’attenzione sugli utilizzi sociali del patrimonio immobiliare della Regione e dei suoi Enti, attraverso una collaborazione stretta con i Sindaci. Cosa che, tra l’altro, sarebbe facilitata se il nostro candidato Presidente fosse un Sindaco.

Questo tema, la Casa, è secondo me, in grado di tenere legati tutti i macro-temi trattati dal documento di sintesi. Pensiamo alle politiche contro lo spopolamento, alla tutela del territorio e dell’ambiente o alla mobilità.

Per quanto riguarda lo spopolamento, ad esempio, il recupero delle case dei centri storici – che siano piccoli, piccolissimi o grandi -, si può associare alla creazione di piccole scuole di mestiere, alle iniziative descritte nel campo agricolo, del turismo – in particolare quello esperienziale e quello sportivo -, ecc.

Dentro il concetto di Casa come tema trasversale troviamo anche tutte le proposte che riguardano la tutela del territorio e del paesaggio, quando queste riguardano le iniziative per rendere le case, i villaggi e le città più sicure.

Dentro il concetto di Casa troviamo la ricerca e l’innovazione tecnologica. Basti pensare alla domotica o a tutte le nuove tecniche per l’edilizia ecologica (vernici che assorbono anidride carbonica, finestre e piante artificiali che producono energia elettrica).

Se si parla di politiche sociali poi, pensiamo a quanto sia importante il concetto di Casa per disabili e anziani. Pensiamo a quanto sarebbe importante riuscire a realizzare degli interventi di cohousing, che non sarebbero solo per disabili e anziani, ma per esempio anche per donne e bambini vittime di violenza, o semplicemente per madri e padri separati.

Per quanto riguarda i fondi necessari per fare tutto questo, non ho idea di quanti ne servirebbero e sono sicuramente tanti, però so anche che l’edilizia è uno dei settori economici con il più alto moltiplicatore, per cui Casa vuol dire anche Lavoro.

Per poter dare una casa a chi non ha reddito o si trova in difficoltà, si potrebbero sperimentare forme nuove di regolazione dei rapporti patrimoniali tra pubblica amministrazione e cittadini, come ad esempio il baratto amministrativo (es., canone di affitto contro manutenzione) oppure il ricorso a circuiti di moneta complementare come Sardex.

Se parliamo di Casa, poi, non possiamo non parlare della nostra terra, la Sardegna, che è la Casa di tutti i Sardi. La Casa ti accoglie e ti protegge ma chi la abita deve volerle bene e mantenerla rigogliosa, bella e accogliente. Ecco di nuovo la tutela e le politiche dell’ambiente, della produzione di energia pulita e della tutela del paesaggio.

Infine, lo dice anche il documento di sintesi, il nostro partito deve tornare ad essere Casa, e deve tornare ad esserlo per tutti gli iscritti, i militanti, i simpatizzanti ma anche per tutti quelli che hanno bisogno anche se non votano per noi -, per i più deboli, per chi è in difficoltà. E deve essere anche la Casa di chi ha di più e vuole dare, per chi ha voglia di mettere al centro le persone e non i propri interessi perché dentro una Casa comune tutti hanno pari valore e non c’è nessuno che ne approfitta, ma ci si aiuta gli uni con gli altri.

In questo momento, di grida, di rabbia, di paura, di bugie, di diffidenza, di chiusura, lavorare sugli animi e su concetti che uniscono, idee nelle quali sia facile riconoscersi e ritrovarsi, può aiutare moltissimo a cambiare rotta, dentro ciascuno di noi, dentro il partito e nel paese. Sarebbe bello se questo cambiamento di rotta partisse da quest’isola meravigliosa che è la Sardegna.

Elsa Ranno

 

Il contributo delle nuove generazioni al percorso di riforme italiano ed europeo: HUBBLE


Si è svolto sabato 21 ottobre, a Firenze, l’evento inaugurale di “HUBBLE: lo spazio delle idee”, il progetto di innovazione legislativa dedicato ai giovani e promosso dalla Fondazione Cultura Democratica.
Durante l’evento, organizzato nei minimi dettagli, noi partecipanti abbiamo potuto scegliere tra 24 tavoli tematici nei quali raccontare una propria idea per l’Italia e l’Unione Europea; in seguito, nel pomeriggio, insieme al Segretario Nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi, è stato possibile prendere parte a 4 InnovationTalks su temi strategici quali: lavoro, welfare, made in Italy, smart cities e sostenibilità con ospiti dal mondo delle istituzioni, dell’Università e delle imprese.
Le migliori idee emerse nei tavoli tematici saranno sviluppate attraverso eventi territoriali ma soprattutto grazie al supporto di un’APP che, presentata ufficialmente ieri, unirà la rete di giovani innovatori consentendo di organizzare attività in ogni Comune italiano e promuovendo un confronto attivo sui temi d’innovazione che porti alla redazione di veri e propri disegni di legge.


Sulla via del ritorno, dopo una giornata così intensa, ho pensato molto a Hubble. Non solo all’Hubble “spazio delle idee” vissuto a Firenze, alle proposte che inseriremo nel programma elettorale delle prossime elezioni e ai progetti concreti che porteremo il primo dicembre in Senato; ma proprio a Hubble, il telescopio.

La storia racconta che Hubble, il telescopio più famoso ed evoluto della storia, nacque imperfetto: con un difetto così piccolo che gli scienziati se ne accorsero solo dopo averlo lanciato in orbita. 
Hubble, infatti, scattava delle foto, foto senz’altro belle per l’epoca ma non abbastanza definite, a causa un millimetrico problema allo specchio.
A questo punto si presentavano due opzioni.

La prima era di allargare le braccia, lasciare le foto imperfette, accontentandosi di quanto era stato fatto. Forse nessuno se ne sarebbe accorto.

Oppure si poteva fare una scelta molto più coraggiosa, che voleva dire studio, rischio, sperimentazione e ancora lavoro.
Fu scelta quest’ultima strada: sette astronauti vennero mandati nello spazio e, dopo cinque giorni di fatiche e lavoro in orbita, risolsero il guasto.

Ecco, proprio in questa direzione abbiamo lavorato oggi con Matteo Renzi, trenta parlamentari dei gruppi PD di Camera e Senato e i volontari della Fondazione Cultura Democratica. Ed infine, in questo viaggio di ritorno, ho pensato anche a quanto “copernicana” sia questa politica che lavora, sperimenta, studia, ascolta.

Una politica preparata e seria, che non si accontenta, che non allarga le braccia, che non si basa sul dare un contentino ai cittadini, ma che rischia anche di essere impopolare per provare a rendere il nostro Paese migliore.

Sergio Arizio

Hubble: l'intervento di Matteo Renzi

[Matteo Lecis Cocco Ortu] Il PD va a congresso. Parliamone

Oggi in tanti ci rendiamo conto di quanto sia importante in politica il dialogo. Le immagini che arrivano da Barcellona, sia che siamo pro o contro l’indipendenza della Catalogna, ci fanno rabbrividire tutti, e ci fanno pensare che la risposta della violenza e della chiusura rispetto a una crisi politica, sociale e culturale non sia la risposta corretta.

Dialogo, volontà di ascoltare le ragioni dell’altro, volontà di capirle e di affrontarle con il ragionamento, volontà di proporre la propria visione del mondo per cercare una soluzione che migliori le condizioni di vita di tutti.

Questo dovrebbe fare la politica. E uno dei luoghi in cui imparare a fare questo dovrebbero essere i partiti: palestre di democrazia in cui chi sceglie di offrire le proprie competenze per migliorare la società che lo circonda dovrebbe trovare compagni con cui confrontarsi e con cui trovare risposte possibili ai problemi che, affrontati da soli, sembrano insormontabili.

Il Partito Democratico ha la fortuna di essere radicato in tutto il Paese, e di essere potenzialmente quel luogo in cui la politica si esercita nel concreto, in cui poter avere la possibilità di lottare insieme contro le ingiustizie. Non solo il luogo in cui gli eletti si ritrovano  per decidere alleanze e strategie, ma il luogo in cui i cittadini possono entrare in contatto con i propri rappresentanti, possono confrontarsi con loro, capire e decidere insieme quale città realizzare. Insieme.

A Cagliari e provincia purtroppo questo è stato più nei desideri di tanti iscritti ed elettori che nella realtà dell’organizzazione del partito. Ha poco senso stare a cercare le colpe e i tutti i motivi della incapacità del Partito Democratico di rispondere alle istanze di partecipazione che nella società sono forti e radicate, anche in questo periodo di sfiducia verso una classe politica che troppo spesso si è dimostrata inadeguata.

Siamo alle porte di un Congresso che va a rinnovare la segreteria cittadina, provinciale e le segreterie dei circoli. Io credo ci sia bisogno in questa fase di quel dialogo e quel confronto che nei mesi scorsi è mancato. Stiamo amministrando Cagliari, e per chi ha la responsabilità di guidare la città la collaborazione e lo stimolo del proprio partito è fondamentale. Sappiamo che il sindaco non è del PD, non è una novità, ma questa giunta e il consiglio comunale hanno una fortissima impronta democratica. Stiamo affrontando scelte importanti e cambiamenti epocali per la nostra città: i nostri iscritti ed elettori devono essere protagonisti, non possiamo cercarli come PD solo per chiedergli il voto ai congressi!

I circoli (dal Copernico al Lussu, dal Berlinguer a La Palma, da Pirri a Mulinu Becciu a Is Mirrionis) hanno tentato di sopperire a questo gap di comunicazione e partecipazione, ma rileggendo questi ultimi anni credo che sia necessario uno sforzo in più.

Questo congresso spero che porti una ventata di freschezza e di coraggio. Perchè il PD ha bisogno di ripensare e riorganizzare seriamente il suo modo di stare nella società di oggi, di stare nella Cagliari di oggi che sta affrontando grandi trasformazioni.

A ottobre eleggeremo un segretario provinciale e mi piace pensare che chi si candida per questo ruolo importante e delicato per l’organizzazione del partito lo faccia con la speranza di diventare presto inutile e scomparire: Cagliari è città metropolitana, e credo sia imprescindibile che nei prossimi mesi si avvii lo scioglimento della federazione della Provincia di Cagliari per creare una segreteria Metropolitana e una segreteria del Sud Sardegna. Il sindaco metropolitano di Cagliari (che secondo Statuto dovrà essere eletto direttamente da tutti i cittadini la prossima tornata elettorale, se il Consiglio regionale ci doterà di una legge elettorale adeguata) ha già nominato gli assessori metropolitani che stanno iniziando a lavorare secondo le deleghe assegnate, e molti sono assessori metropolitani del PD. Ha senso ed è di buon senso che il partito si ri-organizzi al più presto dotandosi di un coordinamento metropolitano, con una segreteria politica che accompagni questa delicata fase di avvio della nuova istituzione, che sempre più peserà nella vita quotidiana di quasi mezzo milione di persone.

Sui circoli di Cagliari credo poi che sia necessaria e urgente una profonda riflessione: i sei circoli cittadini sono nati al momento della costituzione del PD ricalcando la suddivisione territoriale comunale in circoscrizioni. Era un momento storico in cui la militanza era vissuta quasi quotidianamente da tanti iscritti e in cui il Partito aveva le risorse economiche per sostenere un impegno tanto gravoso come la tenuta di 6 circoli (con alcune disparità di trattamento economico che non sono mai state gestite a livello comunitario e che hanno portato negli anni alla chiusura fisica di alcune sedi storiche). Oggi, realisticamente, senza più finanziamenti e con un numero sensibilmente ridotto di militanti attivi è difficile continuare a pensare alle sei circoscrizioni previste in origine. Attualmente sono già ridotti, nei fatti, i presidi territoriali perchè questa è la situazione: i circoli 1 e 4 (centro storico e San Benedetto) già condividono la sede, in via Tempio, anche con il circolo Copernico; il circoli 2 e 3 (Mulinu Becciu e San Michele/Is Mirrionis) hanno sede entrambi in via Emilia; rimangono poi il circolo di Pirri (fondamentale perchè presidio per la Municipalità) e il circolo La Palma in via Libeccio. Credo che sia saggio anche in questo caso avviare subito una riflessione e nominare una commissione rispetto alla riorganizzazione dei circoli e delle segreterie, in modo da avere una massa critica di iscritti partecipanti che rendano stimolante il lavoro dei circoli, ottimizzando risorse ed energie.

E la segreteria cittadina di Cagliari dovrà trovare i modi per coinvolgere sempre più il mondo dei democratici, penso in particolare ai giovani che si affacciano alla politica con entusiasmo e curiosità, rispetto alle attività del governo della città, con una sempre maggior collaborazione rispetto al consiglio comunale e agli assessori, in particolare a quelli dem!

Credo che per chi si metterà in gioco come segreterie a tutti i livelli questi siano alcuni dei temi da affrontare. Temi forse scomodi, ma che guardando alla storia recente del nostro partito credo che siano ineludibili.

Ci tenevo a scrivere queste riflessioni e a condividerle con chi ha voglia di ragionare per migliorare questo nostro partito, che vedo sempre più come un necessario baluardo di democrazia e confronto comunitario in un periodo in cui gli individualismi e i correntismi rischiano di assorbire tutte le nostre energie.

Matteo Lecis Cocco Ortu

La situazione degli operatori dei beni culturali in Sardegna [Francesca Desogus]

L’investimento culturale è ormai universalmente riconosciuto come importante fattore di crescita per la cittadinanza. Tutti concordano anche sul fatto che il turismo, settore trainante della nostra economia, sia sempre più attento alla cultura e che le aspettative di chi visita la Sardegna siano cambiate rispetto al passato, come, del resto, sono cambiate le esigenze culturali dei cittadini residenti. È necessaria, quindi, un’offerta di cultura sempre più vasta e qualificata, diffusa nel territorio.

Goni - Menir (foto tratta dalla Sardegna Digital Library)
Goni – Menir (foto tratta dalla Sardegna Digital Library)

Ma come viene gestito il settore dei beni culturali nell’isola? Quali sono i problemi e quali sono le  prospettive di un settore basilare dal punto di vista identitario e che può rivelare importanti ricadute sul piano economico e soprattutto in termini di crescita civile?

Se escludiamo le realtà statali, il grosso dei presidi culturali sardi è gestito con fondi regionali.

La gestione del patrimonio culturale si sviluppa in Sardegna durante gli anni Ottanta, sulla spinta di un provvedimento legislativo urgente, teso a favorire l’occupazione giovanile, femminile e delle categorie svantaggiate (ex L.R. 28/1984). L’erogazione dei finanziamenti previsti dalla legge regionale ha portato nel corso degli anni alla formazione di una realtà eterogenea. Sono nate nel territorio numerose aziende, che in alcuni casi si sono sviluppate, divenendo realtà di ambito regionale, e in altri sono rimaste delle piccole società interessate solo ad una gestione meramente locale. Nella quasi totalità dei casi si è comunque giunti ad affidare la gestione dei beni culturali a soggetti esterni, solo in alcuni casi affiancati da dipendenti pubblici.

Se nell’immediato la gestione esterna è apparsa al legislatore una soluzione che permetteva buone ricadute occupazionali sul territorio, e prometteva di essere meno dispendiosa della gestione diretta, nondimeno il sistema ha presentato delle criticità.

Una di queste è costituita dalla discontinuità nella gestione: l’affidamento temporaneo  periodicamente deve essere prorogato alla stessa società, o alla sua scadenza sottoposto ad un nuovo bando di gara; non di rado i periodi di gestione risultano, però, troppo brevi perché possa essere fatta una corretta programmazione che garantisca una corretta amministrazione dei beni.

Un altro problema deriva da una visione parziale e viziata da particolarismi locali che ha portato ad investimenti a pioggia e all’apertura di presidi identici a pochi km di distanza, spesso ingiustificati e a volte neppure necessari. Diverse volte alla base di tali scelte vi sono scopi occupazionali che sono comprensibili ma che, alla lunga, si rivelano fallimentari se non dannosi per l’immagine dell’intero comparto. Una frammentazione nella progettazione e nella spesa, che ha portato negli ultimi decenni ad un enorme spreco di risorse ed a una cattiva gestione del lavoro e degli investimenti.

Questa frammentazione appare particolarmente evidente nell’offerta museale, con tante piccole realtà che faticano, a volte anche per mancanza di adeguate professionalità, a sostenere la gestione. Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma è evidente la forte ripetitività di questa offerta, costituita da troppi musei della stessa tipologia (come ad esempio i musei etnografico-antropologici), spesso troppo vicini tra loro e privi di un bacino d’utenza che ne giustifichi l’esistenza. Questi problemi, nell’attuale congiuntura economica, si presentano in maniera ancora più gravosa. Negli ultimi anni, a fronte di un calo dei finanziamenti regionali, si è assistito a gestioni rinnovate talora mese per mese, alla presenza di personale dotato di livelli non omogenei di professionalità, a rischi di particolarismo e ad investimenti non sempre corretti né giustificati nelle nuove tecnologie.

Il problema che oggi appare più pressante è però quello degli operatori della cultura.

Il  personale che opera nella gestione dei beni culturali svolge un servizio di primaria importanza e come tale, anche se non di ruolo, necessita di avere un lavoro stabile, continuo e garantito nel tempo.

È evidente che un personale precario, sottopagato e sempre, o spesso, a rischio di licenziamento – e quindi facilmente ricattabile – non può garantire una grande efficienza.

Se in un primissimo periodo è stato impiegato in questo settore anche personale “improvvisato” (che poi ha però acquisito una professionalità sul “campo”), gli operatori che hanno iniziato a lavorare negli ultimi decenni sono laureati e specializzati, e si deve ricordare sempre che sono persone che hanno scelto di spendere la loro professionalità in Sardegna e non altrove. Spesso lavorano a fianco di dipendenti pubblici che non hanno le stesse specializzazioni e solo la loro professionalità garantisce quindi la corretta gestione dei beni.

La frequente mancanza di figure professionali specifiche all’interno delle amministrazioni pubbliche ha ripercussioni negative anche nella fase di selezione del personale (nel caso di reclutamento di collaboratori esterni) e in quella della redazione di bandi di gara e della successiva valutazione delle offerte (in caso di esternalizzazione del servizio). Soprattutto in questo ultimo caso può avvenire che tale valutazione, affidata a personale non tecnico, sia basata su criteri meramente economici senza che venga stimata correttamente la congruità dell’offerta ed il suo reale valore scientifico. È poi inutile aggiungere che con i tagli degli ultimi anni è partito un gioco al massimo ribasso che colpisce prima di tutto gli operatori.

Prima conseguenza di questa tendenza al ribasso è la mancata applicazione del contratto di settore. Se fino a pochi anni fa tutto il personale era inquadrato con il contratto Federculture, come previsto dalla Legge regionale n. 4 del 2000 e dalle successive deliberazioni (Deliberazioni Giunta Regionale  n. 36/6 2000 e n. 50/47 2009), nell’ultimo periodo in molti comuni è stato sempre più spesso applicato il contratto Multiservizi, quello generico e previsto, tra l’altro, per le pulizie. In conseguenza di ciò, abbiamo operatori iperspecializzati, su cui la regione ha investito pesantemente, magari col programma master and back, che vengono pagati 5 euro all’ora e, soprattutto, che vengono mortificati nella loro dignità professionale. Tutto questo nonostante il finanziamento regionale continui ad essere erogato avendo come base i livelli contrattuali del Federculture.

A ciò si aggiunge – e purtroppo ormai sta diventando la norma – che gli operatori vengano pagati quando capita, con ritardi nell’erogazione degli stipendi di 5- 8 mesi.

Ma qual è il quadro normativo regionale di riferimento? E soprattutto, come viene applicato?

Nonostante l’entrata in vigore della L.R. 14/2006, che prevedeva un piano regionale per i beni culturali, gli istituti e i luoghi della cultura (art. 7), questo, approvato con delibera 64/6 del 18.11.2008, è scaduto senza mai trovare applicazione, ad eccezione della nomina dell’Osservatorio regionale per le biblioteche e dell’Osservatorio regionale per  i musei.

Questo vuoto normativo, la mancanza di controlli e la lentezza nei pagamenti hanno portato ad una situazione di estremo disordine e spreco. Sono stati erogati finanziamenti a pioggia per interventi fini a se stessi che non hanno poi portato alcun beneficio.

Ci sono enti che, pur continuando a ricevere i finanziamenti regionali, decidono di chiudere servizi o li riducono, con il conseguente blocco dell’appalto e successivo licenziamento del personale. Apparentemente questo avviene senza nessun controllo.

Quartu Sant'Elena - Antico Macello
Quartu Sant’Elena – Antico Macello

Quali possono essere i rimedi o almeno i correttivi da applicare a questa situazione?

La proposta di istituzione di una Fondazione per i beni culturali e paesaggistici della Sardegna (proposta di legge N. 235, XIV legislatura) ha suscitato sia aspettative che  preoccupazioni.  Si è trattato di un’iniziativa lodevole nella sua essenza, perché si proponeva di dare stabilità o almeno continuità lavorativa agli operatori, ma sono diversi gli aspetti che destavano perplessità:

  1. non era chiaro quali garanzie di solidità nel tempo fossero offerte dalla Fondazione;
  2. non si capiva quale sarebbe stato il ruolo delle cooperative e soprattutto quello del personale amministrativo;
  3. non era chiaro in che modo gli enti locali potessero trovare la motivazione e la convenienza nel partecipare finanziariamente alla Fondazione;
  4. doveva essere assicurato l’ingresso degli operatori attraverso una selezione pubblica mirata (concorso che valorizzasse titoli ed esperienza), che mettesse al riparo dal ricorso di terzi;
  5. era necessario coinvolgere nel C.d.A. l’ANCI, i comuni ed eventualmente anche le associazioni di categoria (AIB, ANAI etc.) e non solo l’Università e Soprintendenze, che avrebbero portato nei ruoli direzionali personale senza alcuna esperienza pratica;
  6. era necessario garantire mobilità all’interno della Fondazione, che potesse portare gli operatori anche a ricoprire ruoli di coordinamento e supervisione.

Troppi quindi i punti che richiedevano una maggiore riflessione e si presentavano di non facile soluzione.

Accantonata dunque, almeno per il momento, l’idea di una fondazione, innanzitutto occorre pensare ad un percorso che porti ad affermare anche in Sardegna modelli gestionali unitari e coordinati, per garantire stabilità al sistema, alle aziende e agli oltre 1000 operatori impegnati e per evitare sprechi assurdi nell’erogazione dei finanziamenti.

Alla luce delle riforme che stanno toccando la pubblica amministrazione isolana sarebbe forse auspicabile una progettazione capillare che veda come principale interlocutore le unioni dei comuni.

In questa attività sarebbe necessario l’intervento di rappresentanti delle associazioni di categoria che devono e possono essere un interlocutore qualificato.

Traendo le conclusioni da queste considerazioni è dunque necessario ripartire dalla normativa regionale di settore rimettendo mano alla legge n. 14 del 2006, innanzitutto attualizzandola rispetto al mutato quadro amministrativo regionale ma, soprattutto, correggendone alcune carenze alla luce di una verifica puntuale della sua passata applicazione. Per fare questo è necessario coinvolgere gli operatori del settore, in primo luogo le associazioni che riuniscono i professionisti dei beni culturali operanti nel territorio (AIB, ANAI, ANA, ecc.) che possono fornire al legislatore un parere qualificato sull’efficacia della norma, mettendone in luce le criticità e indicandone i relativi correttivi.

La riforma della legge dovrebbe essere mirata a dare organicità e stabilità al comparto dei beni culturali isolani, magari attraverso un censimento che metta in luce l’attuale condizione dei luoghi della cultura attivi sul territorio regionale, razionalizzando e correggendo eventuali anomalie e avviando una regolare attività di pianificazione che permetta di farli operare nel migliore dei modi.

È a nostro avviso basilare dare stabilità al personale, valorizzandone competenze e professionalità. Sarebbe necessario, quindi, da una parte esigere l’impiego di operatori altamente qualificati e provvisti dei titoli specifici per ogni area d’impiego (legge 110/2014), dall’altra assicurare loro delle adeguate condizioni lavorative che – sembra scontato dirlo, ma purtroppo non lo è – partano dall’applicazione di un contratto di settore e garantiscano una continuità nell’attività lavorativa. Solo tutelando la dignità degli operatori si possono attirare le adeguate professionalità necessarie ad una gestione di alto profilo del patrimonio culturale isolano.

La normativa potrebbe dunque subordinare l’erogazione dei finanziamenti alla verifica dell’applicazione del contratto di settore e alla regolare retribuzione dei dipendenti, e si potrebbe anche pensare di escludere quelle società non in regola sotto questi aspetti. Un altro punto che dovrebbe essere inserito nella legge riguarda i bandi di gara, troppo spesso redatti e valutati da personale non addetto ai lavori. Dovrebbe invece essere prevista la consulenza delle associazioni di settore e delle Soprintendenze nella fase di redazione del bando e, soprattutto, in quella di valutazione delle offerte, affinché possa essere fatta una corretta stima della congruità dei progetti presentati e del loro valore scientifico.

A questo proposito, occorre anche ricordare che la legislazione nazionale sui beni culturali, nello specifico il Dlgs n. 42 del 2004, prevede che la valorizzazione dei beni culturali sia esercitata dallo Stato in concorso con le regioni. Sarebbe dunque auspicabile che in sede di valutazione dei progetti la legge stabilisca una premialità per le offerte volte alla valorizzazione dei beni piuttosto che ad una loro ordinaria gestione.

Se siamo tutti d’accordo che i beni culturali sono una risorsa (anche se spesso gli amministratori degli enti locali vedono nella gestione della cultura solo un peso), dobbiamo anche realizzare che si tratta di un comparto che non può offrire un risultato economico, almeno non nell’immediato, anche se il recente exploit registrato dall’esposizione dei giganti di Monti Prama, dimostra le potenzialità offerte da un patrimonio culturale di eccezionale valore come quello sardo.

In ogni caso la ricaduta positiva nell’investimento culturale non può e non deve essere misurata unicamente sulla base del mero ritorno economico, ma dei risultati di crescita complessiva della società che possono essere valutati solo a lungo termine. Deve comunque essere chiaro che investire nei beni culturali può e deve contribuire alla crescita civile della Sardegna.

Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere [Andrea Zuddas]

E’ da tanto tempo che noi europei non lo leggiamo più Antonio Gramsci – mentre negli USA Sullivan del WP cita proprio Gramsci all’indomani delle elezioni, sarà l’effetto Trump? – eppure ci tornerebbe utile. E’ terribilmente attuale.

“Crisi è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere.”

Il vecchio che muore oggi è il sistema partitico. La caduta del muro non ha segnato solo il trionfo irreversibile del liberismo, ma ha mandato in pensione l’idea della politica come luogo di una scelta tra modelli di società. I grandi Partiti della Sinistra europea (SPD, PASOK, PSOE e DS poi PD) hanno smesso di produrre una loro visione della società. Hanno sostanzialmente accettato la vittoria del liberismo scendendo a compromessi. Per 30 anni hanno vivacchiato un po’ come l’orso Baloo, per poche briciole, lo stretto indispensabile.

Il famoso populismo che tanto ci spaventa e che “dobbiamo arginare” è figlio di questo vuoto.

La sinistra ha smesso di parlare alla sua gente. E’ venuta meno alla sua missione naturale.

Tutti siamo d’accordo (spero) sugli errori dei Democrats negli Usa. Nel fallimento della terza via. Negli errori della sinistra fatti dalla crisi economica in poi. Nel non capire che il mondo dal 2008 è cambiato. Potrei subito concentrarmi sulla situazione italiana. Sulla attuale crisi di governo. Sulla vittoria del fronte del NO.
Ma prima facciamo un passo indietro.

Nella mia città con la scusa che il Sindaco ha vinto al primo turno, nessuno si è soffermato molto sul voto amministrativo. Tralasciando la rovina romana (troppo doloroso ricordare i consiglieri del PD dimettersi in massa; qualcuno che pensava di potersi permettere il lusso di andare a elezioni anticipate; lo schiaffo del 67% della Raggi) , prendiamo come esempio Torino. Fassino nel 2011 vinse col 56.7% e in cinque anni ha perso 100 mila voti.

Ezio Mauro, quando sale a Torino sul tram numero 3, scopre “che tra i due capolinea si invertono i quozienti elettorali del Pd e del M5S, con Piero Fassino che parte da piazza Hermada con il 53 per cento dei voti contro il 47, mentre Chiara Appendino arriva alle Vallette addirittura con il 74 per cento dei consensi contro il 26 della sinistra.”

La Sinistra ha abbandonato le periferie, per arroccarsi al Centro, in tutti i sensi.

Non elabora più nulla. Non scrive. Non è attenta a quanto è mutata la società in questi anni. E’ la grande assente ad ogni appuntamento, vertenza, lotta sui tutti i temi che l’hanno fatta nascere e ne hanno fatto la fortuna. Si è dimenticata dei poveri per concentrarsi sul ceto medio, convinta che la base elettorale fosse equivalente. La crisi economica in 10 anni non solo ha portato nuovi poveri ma sopratutto ha indebolito proprio il ceto medio. Quest’ultimo, che adesso realizza l’amara realtà del liberismo e della globalizzazione, vota chi gli dice che è contro lo status quo, indipendentemente dall’appartenenza politica.

La sinistra si ritrova nel frattempo senza base elettorale, non sfonda a destra e viene giustamente abbandonata dal suo popolo (il PD perde 200mila tessere in tre anni – da partito liquido a partito liquefatto). La Sinistra non è più dalla parte giusta della barricata, fa grosse coalizioni in nome della stabilità (in Italia si è alleata con Angelino Alfano e Denis Verdini).

Per arrivare al referendum costituzionale, il PD domenica notte è caduto dal pero. E la cosa non mi ha stupito. Talmente era arroccato che si è svegliato come la bella addormentata, cento anni dopo, con addosso vestiti fuori moda.

Torniamo alla frase di Gramsci, al “nuovo che stenta a nascere”.

Cosa facciamo noi nati dopo gli anni 80-90? Che ruolo abbiamo in questa storia?

Il dato nazionale del 4 Dicembre dice che l’81% dei votanti tra i 18 e i 35 anni ha votato NO al referendum costituzionale.

E come poteva andare altrimenti? Dati (istat) alla mano la disoccupazione giovanile in Italia è al 37%. Al sud arriva al 60%, in alcune realtà addirittura all’80%. 7 milioni di under 35 vivono ancora a casa coi genitori. E’ un tema di cui un partito di sinistra a vocazione maggioritaria deve occuparsi oppure no?

Nei giorni scorsi leggevo le che tra i “banchetti” del comitato bastaunsì c’erano: “Dipendenti pubblici, amministratori, pubblicitari, medici”

E i poveri? I precari? I disoccupati? Gli esclusi? Chi ci ha pensato in questi anni? Dove sono?

Sono a votare contro di noi nella migliore delle ipotesi, quando non sono in piazza (il nostro luogo naturale di una volta) a rappresentarsi da soli.

Sono finiti i tempi in cui riempivamo piazza San Giovanni a Roma o piazza del Carmine a Cagliari.

Noi oggi le piazze le riempiamo pagando il biglietto ai militanti. Militanti che fanno sedere in prima fila quando viene il segretario per fregiarsi dell’appoggio giovanile. Poi di fatto non abbiamo voce in capitolo su niente. Entriamo negli organi dirigenti solo con la benevolenza del capo bastone con cui stringiamo accordi.

bandiere-rosse

Concludo chiedendo a gran voce una nuova discussione. C’è bisogno di congresso.

Dobbiamo individuare cosa abbiamo sbagliato fino ad oggi e correggere (se non è troppo tardi) la rotta.

Il Partito deve guardare a Sinistra. E smettere di corteggiare il voto moderato. Questa strategia ha fallito sotto ogni punto di vista.

Il Partito deve aprire agli under 35 le porte dei suoi organi dirigenti e deve farlo anche regionalmente.

Deve tornare tra la gente.

Deve rinnovarsi ma senza dimenticare la propria storia. Non deve “rottamare” il passato, deve salire sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto nella storia e prosciugare così il voto populista. Con argomenti propri della nostra storia, elaborati da una classe dirigente che sia attenta ai problemi degli ultimi strati della società.

Il populismo si batte solo in un modo: riportando il popolo dalla nostra parte.

Andrea Zuddas
dirigente e militante del Partito Democratico

[Vittorio Faticoni] Lettera agli amici sul referendum

Domenica prossima siamo chiamati a votare sulla legge di riforma costituzionale già approvata dal Parlamento.

Si tratta di una riforma molto importante che costituisce un passo decisivo (un primo passo decisivo) verso la modernizzazione delle nostre istituzioni di governo, secondo modelli in vigore negli altri grandi Paesi europei.

referendum

Due, i punti principali della riforma.

  1. Secondo la Costituzione vigente , le due Camere sono chiamate, entrambe, ad esprimere la fiducia al Governo; titolari, entrambe, dei medesimi poteri legislativi, elette, entrambe, su designazione dei partiti: i rituali si ripetono incessantemente, le necessità di mediazioni e di accordi rende sempre più impacciata l’azione di governo. In un Paese che deve confrontarsi con i competitori europei e internazionali agguerriti, pronti nelle decisioni e nelle risposte, questo assetto del sistema parlamentare deve essere cambiato.
    Una Camera politica, espressa dall’elettorato nazionale, è sufficiente per garantire la tenuta di un sistema di governo democratico parlamentare e ad assicurarne la stabilità.
    L’altra Camera (il Senato), in asse con ciò che prevedono le altre Costituzioni europee, diventa il luogo di rappresentanza delle istituzioni territoriali, e segnatamente delle regioni. Esse, come i Laender tedeschi, come le COmunidades autonomas spagnole, sono titolari di poteri legislativi (nelle materie di competenza) e di rilevanti funzioni amministrative, e perciò è opportuno che siano coinvolte, attraverso loro rappresentanti, nell’esercizio dei poteri legislativi nazionali , e possano condividere (secondo procedure ben definite) le politiche nazionali e controllarne l’attuazione.
  2. Il testo vigente,  a seguito della riforma del 2001, appare eccessivamente squilibrato nell’attribuzione di poteri legislativi troppo ampi alle Regioni. Deve essere corretto riportando alla competenza statale la legislazione sulle materie di interesse nazionale (le grandi infrastrutture, strade, ferrovie, aeroporti, gli impianti di produzione di energia, le reti di comunicazione, etc.). Le regioni, attraverso i loro rappresentanti in Senato, hanno un occhio su queste politiche, possono suggerire, proporre, controllare, riducendo la possibilità di conflitti.
    La competenza legislativa delle regioni, come attualmente definita, produce in capo ad esse il potere di condizionare e vincolare le politiche nazionali anche al di là dell’ambito dei rispettivi interessi territoriali. E si impongono accordi e intese con le singole regioni per ogni scelta anche se di valore strategico per il Paese. Collocare una grande opera pubblica, un impianto di produzione di energia elettrica o di rigassificazione (l’impianto di Brindisi!), richiede defatiganti procedure rea centro e periferia e spesso diventa impossibile superare preconcette chiusure.
    La legge di riforma corregge queste storture del sistema, riportando allo Stato ciò che è di interesse nazionale, tenendo ferma la competenza legislativa delle regioni nelle politiche di interesse regionale; che resta tuttavia ampa e investe materie importanti quali l’urbanistica, l’agricoltura, il commercio, le politiche sociali, l’organizzazione sanitaria, etc. Perciò non si rinviene in proposito alcun stravolgimento dell’impianto costituzionale (ma solo una necessaria correzione).
    Entrambe queste rilevanti modificazioni del testo vigente (due Camere con le stesse competenze, troppo estesi poteri legislativi alle regioni), erano da tempo auspicate nei dibattiti politici e giuridici e nell’opinione pubblica; ma sinora, nonostante i ripetuti tentativi, non era stato possibile arrivare in porto. Adesso è la volta buona, e non dobbiamo perderla.

Ma ci sono altre parti della riforma che vanno incontro a diffuse e reiterate aspirazioni: la riduzione del numero dei parlamentari (nel 215 senatori); gli uffici (compelssi e costosissimi) delle due Camere unificati con importanti riduzioni di spesa ed eliminazione di inutili sovrapposizioni di competenza; il CNEL (economia e lavoro, organo di mera facciata, poco utile e costoso) soppresso; le indennità dei consiglieri regionali (eccessive e ingiustificate in molte realtà) riportate al tetto dell’indennità del sindaco capoluogo; etc. Norme tutte intese a tagliare strutture organizzative inutili e spese eccessive (i cosiddetti costi della politica) e a semplificare le istituzioni do governo. Molti avrebbero voluto di più, ma si tratta di un primo significativo passo, un segnale evidente nella direzione giusta, cui sinora non si era riusciti ad arrivare.
C’è dell’altro. Si pensi dolo alla limitazione dell’uso dei decreti legge,il cui abuso ha stravolto i corretti rapporti tra Parlamento e Governo; al rafforzamento degli istituti di democrazia diretta come i referendum; all’equilibrio tra donne e uomini assicurato negli organismi di rappresentanza politica.

La riforma, nel suo complesso, è buona e risponde all’interesse del Paese (e perciò all’interesse di tutti noi). Il Parlamento ha fatto la sua parte. Adesso tocca a noi!
Io spero che possiate votare SI con ferma convinzione!

Con amicizia e affetto 
Vincenzo Cerulli Irelli