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The day after

Abbiamo sostenuto Massimo senza tentennamenti, non abbiamo mai litigato tra noi in campagna elettorale, abbiamo prestato diversi candidati alle liste di Massimo, che ha proposto all’universo mondo, anche tra i nostri amministratori, di farne parte. In molti casi abbiamo evitato di fare campagna elettorale pro domo nostra là dove sapevamo che i nostri interlocutori erano già orientati a votare la coalizione.
Sono orgoglioso di questa generosità del Partito Democratico.
Nelle more dell’analisi più approfondita possiamo dire che abbiamo perso sicuramente perché i sardi non hanno gradito gli ultimi cinque anni di governo regionale, perché Salvini sta vivendo la sua luna di miele con l’elettorato ma sopratutto perché la destra ha fatto delle liste molto più “pesanti” di quelle a sostegno di Zedda.
In questo panorama, restiamo abbondantemente la prima forza della coalizione (oltre che, più in grande, della Sardegna). Non voglio menar vanto di questo dato, ma solo fare alcune puntualizzazioni che mi stanno a cuore.
La formula che deve unire i progressisti da qui in avanti deve sicuramente andare ben oltre il Partito Democratico, che chiaramente non basta a se stesso.
Ma allo stesso tempo è ora di riconoscere che il centrosinistra, Zedda compreso, non può fare a meno del PD. Così come non ha fatto a meno di noi per otto anni a Cagliari, dove i nostri consiglieri lo hanno sostenuto sino ad oggi.
Per questo è ingeneroso sentire o leggere che “è colpa del PD” o di chi ha candidato il PD, così come è diventato ormai stucchevole l’atteggiamento dell’intellighenzia di sinistra che storce il naso ogni volta che si nomina il PD, e che lo utilizza in modo catartico come la “bad company” a cui attribuire le colpe delle sconfitte.
Sono pronto a ripartire, con tutti i compagni di questo centrosinistra unito, per costruire l’alternativa a questa destra macchiettistica ma molto efficace.
Ma per farlo occorrerà il rispetto, il riconoscimento reciproco, il coraggio di accettarsi.
Non mi sento al di sotto, né meno progressista dei tanti attivisti e sostenitori di questa campagna doverosa, appassionata ma sfortunata.

Jacopo Fiori

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Sul latte versato

È ormai da un paio di giorni che assistiamo alla cosiddetta “guerra del latte”, centinaia di pastori scesi nelle strade a buttare il latte in segno di protesta per il prezzo iniquo.
Il mondo politico, per quello odierno ormai è un obbligo, è corso subito a “commentare”.
In pochi hanno proposto soluzioni, in pochi ancora hanno agito quando ne hanno avuto l’occasione.

Le opposizioni all’attuale Giunta Regionale, presieduta dal Prof. Francesco Pigliaru, prendono la palla al balzo per attaccare dimenticandosi che i pastori sardi pagano anche scelte scellerate della Lega sulle quote latte del Nord.
Si accusa il professore e il suo assessore competente in materia, Caria, di non aver agito sul mondo agropastorale.

In realtà basta citare quattro provvedimenti:

  • il pegno rotativo, che ha consentito alle imprese di ottenere agevolmente finanziamenti bancari fornendo come garanzia i propri formaggi a media e lunga stagionatura;
  • i 45 milioni di euro stanziati per superare l’emergenza siccità di due anni: ne hanno beneficiato 11mila aziende;
  • su stimolo della Regione il governo ha attivato il bando per acquistare il formaggio da destinare alle organizzazioni che seguono le famiglie in difficoltà;
  • la recente costituzione dell’OILOS – Organismo Interprofessionale Latte Ovino Sardo – che ha avuto il riconoscimento del ministero competente e che vede insieme tutta la filiera della produzione del formaggio: produttori e trasformatori, insieme a tutti i soggetti istituzionali ed economici del comparto. In questo organismo i pastori sono rappresentati due volte, come produttori primari e come cooperative.

Sulla questione del prezzo non è la Regione a decidere, il nostro ex Ministro all’ Agricoltura Maurizio Martina propone al Governo gialloverde due proposte: la creazione di un fondo latte-ovino da almeno 25 milioni di euro e un patto di filiera per il pecorino che parta dai costi di produzione stimati.

Il candidato del centrosinistra alla Regione Sardegna Massimo Zedda propone:

  • per l’oggi serve un intervento immediato di legge, come già fatto a livello nazionale per il latte bovino, per l’istituzione di un Fondo da almeno 20 milioni di euro, utili per fare fronte alle difficoltà di un sistema in cui le grandi centrali pagano troppo poco rispetto al costo di produzione.
    Il lavoro dei pastori non può essere sottopagato.
  • Per il domani: un patto di filiera, con la Regione e lo Stato garanti, perché maggiori benefici arrivino a chi produce. Puntualità nei pagamenti degli incentivi che saranno necessari per la diversificazione dei prodotti e la destagionalizzazione della produzione del latte, l’attivazione di misure che rendano possibile l’accesso al credito per i soggetti indebitati per aiutarli a ripartire, sono alcune delle vie da seguire.
    Serve anche che i pastori siano aiutati a fare sistema, per non essere vittime in solitudine di un quadro come quello attuale.

C’è chi propone idee e soluzioni e c’è chi è bravo solo a fare inutili proclami.

 

Matteo Garau

Un luogo da chiamare casa

Ho letto il documento di sintesi della conferenza programmatica provinciale e l’ho trovato interessante.

I temi sui quali si concentra, preceduti da un accenno alla proposta di legge per la democrazia partecipata di cui si è fatto portavoce il Circolo Copernico, sono quelli sicuramente più importanti per la vita delle persone e delle comunità della nostra terra e cioè:

  1. Politiche contro lo spopolamento
  2. Politiche del lavoro
  3. Agricoltura
  4. Turismo e commercio
  5. Sviluppo industriale, messa in sicurezza del territorio e mobilità (con particolare riferimento alla Città metropolitana di Cagliari)
  6. Sanità e politiche sociali
  7. Nuova industria e ambiente.

Devo però rilevare due aspetti dei quali, secondo me, è necessario tenere conto se si vuole che queste idee, e anche altre, prendano la forma di un disegno, di una visione del futuro di cui le persone si possano “innamorare”.

Per fare questo è necessario che il nostro programma si trasformi nella descrizione del mondo che vogliamo con parole chiare che evochino immagini nitide e concetti di immediata percezione e comprensione.

Non possiamo, secondo me, sciorinare un programma per punti che ha la freddezza del documento ufficiale. Il documento di sintesi di cui stiamo parlando mi ricorda moltissimo gli atti che leggo tutti i giorni al lavoro. Noi non dobbiamo redigere un atto formale, noi dobbiamo descrivere un sogno, un sogno che dobbiamo dimostrare di essere in grado di concretizzare attraverso chiarezza di linguaggio e sicurezza sulle modalità per farlo. Questo è il primo aspetto.

Il secondo aspetto riguarda quella che nella teoria politica viene definita issue, che nel documento secondo me manca, cioè un tema che possa rappresentare un bisogno fortemente sentito dalla nostra gente, che abbia anche un forte potere simbolico, capace di racchiudere in sé, con un effetto di vero e proprio trascinamento, tanti altri temi, credo tutti ben rappresentati nel documento di sintesi, e che possa esercitare quell’effetto di percezione e comprensione per immagini di cui parlavo prima. In altre parole, abbiamo bisogno di un concetto, di un’idea bandiera, che faccia breccia e disponga le menti all’ascolto, soprattutto verso chi ha governato finora e che ha naturalmente, fisiologicamente più difficoltà a farsi ascoltare. Un’idea bandiera che, inoltre, possa unire il passato con il futuro, ciò che abbiamo fatto con ciò che promettiamo di fare, e che possa distogliere il focus dell’attenzione da sterili operazioni di spunta di risultati raggiunti ed errori commessi.

Partendo da queste premesse, la mia proposta di tema bandiera è la Casa.

Se ci pensiamo la Casa è il bisogno più sentito insieme a quello del Lavoro (non dobbiamo cimentarci in discussioni su temi già battuti e soprattutto manipolati da altri come immigrazione e sicurezza, o meglio lo possiamo fare ma in maniera mediata, utilizzando figure e immagini che aiutino a governare l’ansia collettiva alimentata ad arte).

Se ci fermiamo un attimo tutti a pensare cosa questa parola, Casa, richiama alla nostra mente al solo pronunciarla, ci rendiamo conto che si crea subito un ingorgo di immagini, pensieri ed emozioni, tutti positivi e rassicuranti. La Casa è protezione, calore, famiglia, amici; è nutrirsi, lavarsi, vestirsi, riposo.

La Casa è custode di valori e ricordi, è comodità, rifugio, è amore.

La tua Casa ti dà le tue coordinate nel mondo, non ti fa sentire perso. Per quanto umile possa essere, sarà sempre espressione della tua personalità perché la tua casa parla di te e parla con te.

Se hai la sicurezza di una casa hai anche più tranquillità nel cercare un lavoro se non ce l’hai, se hai una casa hai meno ansia per il presente e per il futuro dei tuoi figli, se hai un tetto sopra la testa hai meno paura, ti senti meno minacciato.

Se qualcuno ti dà una casa, non è poi così cattivo (perfino quelli del PD sarebbero meno sporchi e cattivi se riuscissero in questa impresa).

Per provare ad essere concreti, questo lo possiamo fare, secondo me, a partire, ad esempio, dal patrimonio immobiliare della Regione, se la Regione potesse mettere in campo un programma speciale per la valorizzazione e il riutilizzo dei suoi innumerevoli immobili.

Qualcosa è già stato fatto in questa materia durante la legislatura in corso, ma non è stato sufficiente a mio giudizio. Occorrerebbe focalizzare l’attenzione sugli utilizzi sociali del patrimonio immobiliare della Regione e dei suoi Enti, attraverso una collaborazione stretta con i Sindaci. Cosa che, tra l’altro, sarebbe facilitata se il nostro candidato Presidente fosse un Sindaco.

Questo tema, la Casa, è secondo me, in grado di tenere legati tutti i macro-temi trattati dal documento di sintesi. Pensiamo alle politiche contro lo spopolamento, alla tutela del territorio e dell’ambiente o alla mobilità.

Per quanto riguarda lo spopolamento, ad esempio, il recupero delle case dei centri storici – che siano piccoli, piccolissimi o grandi -, si può associare alla creazione di piccole scuole di mestiere, alle iniziative descritte nel campo agricolo, del turismo – in particolare quello esperienziale e quello sportivo -, ecc.

Dentro il concetto di Casa come tema trasversale troviamo anche tutte le proposte che riguardano la tutela del territorio e del paesaggio, quando queste riguardano le iniziative per rendere le case, i villaggi e le città più sicure.

Dentro il concetto di Casa troviamo la ricerca e l’innovazione tecnologica. Basti pensare alla domotica o a tutte le nuove tecniche per l’edilizia ecologica (vernici che assorbono anidride carbonica, finestre e piante artificiali che producono energia elettrica).

Se si parla di politiche sociali poi, pensiamo a quanto sia importante il concetto di Casa per disabili e anziani. Pensiamo a quanto sarebbe importante riuscire a realizzare degli interventi di cohousing, che non sarebbero solo per disabili e anziani, ma per esempio anche per donne e bambini vittime di violenza, o semplicemente per madri e padri separati.

Per quanto riguarda i fondi necessari per fare tutto questo, non ho idea di quanti ne servirebbero e sono sicuramente tanti, però so anche che l’edilizia è uno dei settori economici con il più alto moltiplicatore, per cui Casa vuol dire anche Lavoro.

Per poter dare una casa a chi non ha reddito o si trova in difficoltà, si potrebbero sperimentare forme nuove di regolazione dei rapporti patrimoniali tra pubblica amministrazione e cittadini, come ad esempio il baratto amministrativo (es., canone di affitto contro manutenzione) oppure il ricorso a circuiti di moneta complementare come Sardex.

Se parliamo di Casa, poi, non possiamo non parlare della nostra terra, la Sardegna, che è la Casa di tutti i Sardi. La Casa ti accoglie e ti protegge ma chi la abita deve volerle bene e mantenerla rigogliosa, bella e accogliente. Ecco di nuovo la tutela e le politiche dell’ambiente, della produzione di energia pulita e della tutela del paesaggio.

Infine, lo dice anche il documento di sintesi, il nostro partito deve tornare ad essere Casa, e deve tornare ad esserlo per tutti gli iscritti, i militanti, i simpatizzanti ma anche per tutti quelli che hanno bisogno anche se non votano per noi -, per i più deboli, per chi è in difficoltà. E deve essere anche la Casa di chi ha di più e vuole dare, per chi ha voglia di mettere al centro le persone e non i propri interessi perché dentro una Casa comune tutti hanno pari valore e non c’è nessuno che ne approfitta, ma ci si aiuta gli uni con gli altri.

In questo momento, di grida, di rabbia, di paura, di bugie, di diffidenza, di chiusura, lavorare sugli animi e su concetti che uniscono, idee nelle quali sia facile riconoscersi e ritrovarsi, può aiutare moltissimo a cambiare rotta, dentro ciascuno di noi, dentro il partito e nel paese. Sarebbe bello se questo cambiamento di rotta partisse da quest’isola meravigliosa che è la Sardegna.

Elsa Ranno

 

Le doverose dimissioni del Segretario

Premesso che non mi pento delle mie scelte e che le rifarei, perché non sono di quelli che cambiano casacca dopo la sconfitta, ritengo sia importante trarre le dovute conseguenze da questo voto.
Dopo il disastro dei dati relativi alla Sardegna stiamo aspettando che Giuseppe Luigi Cucca prenda atto del totale fallimento di questa gestione del partito e rassegni le doverose dimissioni dalla carica di segretario regionale.
È stato eletto, torna lì dove voleva stare e pertanto il suo mandato è giunto a compimento.
Adesso però sgombri il campo dai fantasmi delle correnti che hanno sostenuto la sua segreteria e lasci campo libero a chi invece ha voglia di darsi da fare per ricostruire un senso al nostro stare insieme e specialmente al ruolo che ambiamo a svolgere, ossia quello di rappresentanti delle istanze della parte più debole della società sarda.
È ora che tutte le persone con buona volontà in questo partito taglino per sempre il cordone ombelicale che le lega a quei capi tribù che continuano a fare il bello e il cattivo tempo e che ci stanno portando a fondo con una gestione tossica di potere, relazioni, metodi dell’azione politica.
Abbiamo assoluto bisogno di aria fresca e di una gestione pur caotica, anche eventualmente caratterizzata da errori di ingenuità, ma che ribalti il quadro esistente e ci permetta di ripartire dal cuore, dai sentimenti, dagli ideali, dall’ascolto, dal confronto e ci dia un’immagine autentica e pulita davanti agli elettori.

 

Jacopo Fiori2013-04-25-10.26.12

Il contributo delle nuove generazioni al percorso di riforme italiano ed europeo: HUBBLE


Si è svolto sabato 21 ottobre, a Firenze, l’evento inaugurale di “HUBBLE: lo spazio delle idee”, il progetto di innovazione legislativa dedicato ai giovani e promosso dalla Fondazione Cultura Democratica.
Durante l’evento, organizzato nei minimi dettagli, noi partecipanti abbiamo potuto scegliere tra 24 tavoli tematici nei quali raccontare una propria idea per l’Italia e l’Unione Europea; in seguito, nel pomeriggio, insieme al Segretario Nazionale del Partito Democratico Matteo Renzi, è stato possibile prendere parte a 4 InnovationTalks su temi strategici quali: lavoro, welfare, made in Italy, smart cities e sostenibilità con ospiti dal mondo delle istituzioni, dell’Università e delle imprese.
Le migliori idee emerse nei tavoli tematici saranno sviluppate attraverso eventi territoriali ma soprattutto grazie al supporto di un’APP che, presentata ufficialmente ieri, unirà la rete di giovani innovatori consentendo di organizzare attività in ogni Comune italiano e promuovendo un confronto attivo sui temi d’innovazione che porti alla redazione di veri e propri disegni di legge.


Sulla via del ritorno, dopo una giornata così intensa, ho pensato molto a Hubble. Non solo all’Hubble “spazio delle idee” vissuto a Firenze, alle proposte che inseriremo nel programma elettorale delle prossime elezioni e ai progetti concreti che porteremo il primo dicembre in Senato; ma proprio a Hubble, il telescopio.

La storia racconta che Hubble, il telescopio più famoso ed evoluto della storia, nacque imperfetto: con un difetto così piccolo che gli scienziati se ne accorsero solo dopo averlo lanciato in orbita. 
Hubble, infatti, scattava delle foto, foto senz’altro belle per l’epoca ma non abbastanza definite, a causa un millimetrico problema allo specchio.
A questo punto si presentavano due opzioni.

La prima era di allargare le braccia, lasciare le foto imperfette, accontentandosi di quanto era stato fatto. Forse nessuno se ne sarebbe accorto.

Oppure si poteva fare una scelta molto più coraggiosa, che voleva dire studio, rischio, sperimentazione e ancora lavoro.
Fu scelta quest’ultima strada: sette astronauti vennero mandati nello spazio e, dopo cinque giorni di fatiche e lavoro in orbita, risolsero il guasto.

Ecco, proprio in questa direzione abbiamo lavorato oggi con Matteo Renzi, trenta parlamentari dei gruppi PD di Camera e Senato e i volontari della Fondazione Cultura Democratica. Ed infine, in questo viaggio di ritorno, ho pensato anche a quanto “copernicana” sia questa politica che lavora, sperimenta, studia, ascolta.

Una politica preparata e seria, che non si accontenta, che non allarga le braccia, che non si basa sul dare un contentino ai cittadini, ma che rischia anche di essere impopolare per provare a rendere il nostro Paese migliore.

Sergio Arizio

Hubble: l'intervento di Matteo Renzi

Sistema elettorale per l’elezione del parlamento italiano: una breve descrizioni e qualche considerazione

Sistema elettorale per l’elezione del parlamento italiano: una breve descrizioni e qualche considerazione

Stefano Rombi

 

Il sistema elettorale approvato alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi appartiene alla famiglia dei sistemi elettorali misti, sempre più diffusi in giro per il mondo e introdotti nel sistema politico italiano nel 1993, con l’entrata in vigore della legge Mattarella.

Perché il sistema è misto?

Se escludiamo le circoscrizioni estere, 232 deputati su 618 sono eletti in collegi uninominali secondo la formula plurality (ottiene il seggio il più votato, anche se sotto il 50% dei voti validi) e i restanti 386 sono eletti all’interno di collegi plurinominali secondo una formula proporzionale. Al Senato gli eletti nei collegi uninominali saranno 116 su 309, mentre i restanti 193 sono eletti in collegi plurinominali. Si tratta di un sistema misto molto diverso rispetto al Mattarellum: mentre in quel caso le due parti del sistema erano indipendenti (sebbene il meccanismo dello scorporo le mettesse in relazione), in questo caso il 36% maggioritario e il 64% proporzionale sono strettamente connessi.

 

Circoscrizioni e collegi

Per l’elezione della camera il paese è diviso in 28 circoscrizioni (20 per il senato). Per alcune circoscrizioni il territorio coincide con quello dell’intera regione, mentre per altre il territorio regionale è ripartito in più circoscrizioni (2 in Piemonte, 4 in Lombardia, 2 in Veneto, 2 in Lazio, 2 in Campania, 2 in Sicilia). Ciascuna circoscrizione è suddivisa in collegi uninominali ed in uno o più collegi plurinominali. I 231 collegi uninominali del territorio nazionale sono distribuiti in ciascuna circoscrizione sulla base della popolazione (cui si aggiunge il collegio uninominale della Valle d’Aosta). La determinazione dei collegi uninominali – così come quella dei collegi plurinominali – è rimessa ad una delega legislativa da attuare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, previo parere parlamentare. Il governo, nell’attuare la delega, deve attenersi ai criteri individuati dalla legge delega, che ne limitano in parte il raggio d’azione.

Secondo molti quotidiani, le circoscrizioni plurinominali potrebbero essere 65, per questo possiamo ragionevolmente pensare che in Sardegna non saranno più di 3.

 

Disproporzionalità

Il livello di disproporzionalità del sistema è determinato:
1) dalla limitata ampiezza dei collegi plurinominali (da 3 a 8 seggi in palio alla camera; da 2 a 8 seggi in palio al senato);
2) dalla soglia di sbarramento del 3% applicata su base nazionale (in Spagna, per esempio, è applicata collegio per collegio) per le liste e del 10% per le coalizioni. All’interno della coalizione, non partecipano alla attribuzione dei seggi le liste sotto l’1%.

Ecco, anche nella parte proporzionale, un significativo incentivo alle coalizioni. Le quali, però, non sono identificate da alcun simbolo unitario, né da un programma comune. Che si tratti o meno di una coalizione lo capiremo, oltreché dall’andamento della campagna elettorale, dalla collocazione dei simboli dei partiti all’interno della scheda elettorale. Un po’ pochino.

Va detto che la soglia dell’1% per le liste intra-coalizione è davvero molto bassa e potrebbe portare alla costruzione di coalizioni ipertrofiche e, perciò, tutt’altro che compatte. Ricordo che nel Porcellum la soglia era del 2% (anche se era garantita rappresentanza, almeno in teoria, anche al primo tra i partiti sotto soglia). In quel caso la pressione in direzione di coalizioni magnum era esercitata anche dalla necessità di ottenere il premio di maggioranza.

Infine, la soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale vale anche per le liste incluse in coalizione che non superano la soglia del 10%. Si tratta, chiaramente, di un altro incentivo alle coalizioni.

Nota bene: l’applicazione della soglia del 3% nazionale al Senato potrebbe creare di problemi di costituzionalità anche a causa dell’interpretazione che, all’epoca del Porcellum, si diede alla previsione costituzionale secondo cui il senato è eletto su base regionale.

 

Candidature

Nella composizione delle liste è obbligatorio rispettare l’alternanza di genere. «Alla Camera è previsto che nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima. Inoltre, nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima. L’Ufficio centrale nazionale assicura il rispetto di tali prescrizioni. Al Senato le medesime previsioni sono stabilite a livello regionale e spetta all’Ufficio elettorale regionale assicurare il rispetto delle medesime» (cfr. Dossier n° 530/6 – Elementi per l’esame in Assemblea).

Sono esonerati dalla raccolta delle sottoscrizioni – il cui numero è comunque stato ridotto, il che è tipico di sistemi elettorali inclusivi – i partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere alla data del 15 aprile 2017.

Sono ammesse le pluricandidature. Un candidato può presentarsi in non più di 5 collegi plurinominali (nel Porcellum non c’erano limiti). Il candidato in un collegio uninominale può anche essere candidato nei collegi plurinominali, fermo restando il limite di 5. Non è permessa l’opzione volontaria: il pluricandidato è eletto nel collegio in cui la sua lista è più debole elettoralmente.

 

Espressione del voto

Questa, insieme all’assenza di simbolo e programma comune per le coalizioni, mi sembra la parte più critica. Un sistema misto, che presenta due logiche di attribuzione dei seggi diverse, dovrebbe offrire all’elettore la possibilità di esprimere due voti: uno per il collegio uninominale, l’altro per la lista nei collegi plurinominali. Non essendo possibile il voto disgiunto, il voto nel collegio uninominale ricade anche nel collegio plurinominale che lo contiene e viceversa. Tecnicamente si tratta di un tipo di voto non esclusivo, ovvero in grado di influenzare più di un totale di voto.

Se passare dal voto ad una lista nel collegio plurinominale al voto nel collegio è immediato, il contrario è più complesso. Cosa accadrebbe, quindi, se un elettore dovesse votare solo per il candidato del collegio uninominale? I voti sono comunque validi a favore della lista e ai fini dell’elezione del candidato nel collegio uninominale; nel caso di più liste collegate in coalizione, i voti sono ripartiti tra le liste della coalizione in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna nel collegio uninominale.

 

La nuova scheda elettorale (parte interna) per la elezione della Camera dei Deputati . Il relatore alla legge elettorale, Emanuele Fiano (Pd), ha depositato in commissione Affari costituzionali della Camera il nuovo testo base, il cosiddetto Rosatellum 2.0, che prevede il 36% dei deputati eletti in collegi uninominali e il 64% con metodo proporzionale.

Cosa dovrebbe fare il PD?

La selezione dei candidati dovrebbe, a mio parere, passare per elezioni primarie simili a quelle del dicembre 2012. Un buon compromesso potrebbe essere il farle solo per i candidati nei collegi plurinominali (da 2 a 4 candidati per collegio) nei quali, com’è noto, non è ammesso il voto di preferenza  I candidati dei collegi uninominali, invece, hanno, comunque, una legittimazione elettorale, perciò alle primarie per la loro selezione si potrebbe anche rinunciare. Benché l’assenza del doppio voto potrebbe trasformali in una sorta di capolista della lista plurinominale. Anche il formato della scheda potrebbe dare questa idea.

A mio parere, sarebbe opportuno richiedere che nella individuazione dei capilista ci sia alternanza (o equilibrio) di genere. Questo non solo al senato – dove la legge, di fatto, lo impone – ma anche alla camera, dove la legge dice solo che, a livello nazionale, il rapporto di genere dei capilista deve essere al massimo 60/40.

 

Stefano Rombi

[Matteo Lecis Cocco Ortu] Il PD va a congresso. Parliamone

Oggi in tanti ci rendiamo conto di quanto sia importante in politica il dialogo. Le immagini che arrivano da Barcellona, sia che siamo pro o contro l’indipendenza della Catalogna, ci fanno rabbrividire tutti, e ci fanno pensare che la risposta della violenza e della chiusura rispetto a una crisi politica, sociale e culturale non sia la risposta corretta.

Dialogo, volontà di ascoltare le ragioni dell’altro, volontà di capirle e di affrontarle con il ragionamento, volontà di proporre la propria visione del mondo per cercare una soluzione che migliori le condizioni di vita di tutti.

Questo dovrebbe fare la politica. E uno dei luoghi in cui imparare a fare questo dovrebbero essere i partiti: palestre di democrazia in cui chi sceglie di offrire le proprie competenze per migliorare la società che lo circonda dovrebbe trovare compagni con cui confrontarsi e con cui trovare risposte possibili ai problemi che, affrontati da soli, sembrano insormontabili.

Il Partito Democratico ha la fortuna di essere radicato in tutto il Paese, e di essere potenzialmente quel luogo in cui la politica si esercita nel concreto, in cui poter avere la possibilità di lottare insieme contro le ingiustizie. Non solo il luogo in cui gli eletti si ritrovano  per decidere alleanze e strategie, ma il luogo in cui i cittadini possono entrare in contatto con i propri rappresentanti, possono confrontarsi con loro, capire e decidere insieme quale città realizzare. Insieme.

A Cagliari e provincia purtroppo questo è stato più nei desideri di tanti iscritti ed elettori che nella realtà dell’organizzazione del partito. Ha poco senso stare a cercare le colpe e i tutti i motivi della incapacità del Partito Democratico di rispondere alle istanze di partecipazione che nella società sono forti e radicate, anche in questo periodo di sfiducia verso una classe politica che troppo spesso si è dimostrata inadeguata.

Siamo alle porte di un Congresso che va a rinnovare la segreteria cittadina, provinciale e le segreterie dei circoli. Io credo ci sia bisogno in questa fase di quel dialogo e quel confronto che nei mesi scorsi è mancato. Stiamo amministrando Cagliari, e per chi ha la responsabilità di guidare la città la collaborazione e lo stimolo del proprio partito è fondamentale. Sappiamo che il sindaco non è del PD, non è una novità, ma questa giunta e il consiglio comunale hanno una fortissima impronta democratica. Stiamo affrontando scelte importanti e cambiamenti epocali per la nostra città: i nostri iscritti ed elettori devono essere protagonisti, non possiamo cercarli come PD solo per chiedergli il voto ai congressi!

I circoli (dal Copernico al Lussu, dal Berlinguer a La Palma, da Pirri a Mulinu Becciu a Is Mirrionis) hanno tentato di sopperire a questo gap di comunicazione e partecipazione, ma rileggendo questi ultimi anni credo che sia necessario uno sforzo in più.

Questo congresso spero che porti una ventata di freschezza e di coraggio. Perchè il PD ha bisogno di ripensare e riorganizzare seriamente il suo modo di stare nella società di oggi, di stare nella Cagliari di oggi che sta affrontando grandi trasformazioni.

A ottobre eleggeremo un segretario provinciale e mi piace pensare che chi si candida per questo ruolo importante e delicato per l’organizzazione del partito lo faccia con la speranza di diventare presto inutile e scomparire: Cagliari è città metropolitana, e credo sia imprescindibile che nei prossimi mesi si avvii lo scioglimento della federazione della Provincia di Cagliari per creare una segreteria Metropolitana e una segreteria del Sud Sardegna. Il sindaco metropolitano di Cagliari (che secondo Statuto dovrà essere eletto direttamente da tutti i cittadini la prossima tornata elettorale, se il Consiglio regionale ci doterà di una legge elettorale adeguata) ha già nominato gli assessori metropolitani che stanno iniziando a lavorare secondo le deleghe assegnate, e molti sono assessori metropolitani del PD. Ha senso ed è di buon senso che il partito si ri-organizzi al più presto dotandosi di un coordinamento metropolitano, con una segreteria politica che accompagni questa delicata fase di avvio della nuova istituzione, che sempre più peserà nella vita quotidiana di quasi mezzo milione di persone.

Sui circoli di Cagliari credo poi che sia necessaria e urgente una profonda riflessione: i sei circoli cittadini sono nati al momento della costituzione del PD ricalcando la suddivisione territoriale comunale in circoscrizioni. Era un momento storico in cui la militanza era vissuta quasi quotidianamente da tanti iscritti e in cui il Partito aveva le risorse economiche per sostenere un impegno tanto gravoso come la tenuta di 6 circoli (con alcune disparità di trattamento economico che non sono mai state gestite a livello comunitario e che hanno portato negli anni alla chiusura fisica di alcune sedi storiche). Oggi, realisticamente, senza più finanziamenti e con un numero sensibilmente ridotto di militanti attivi è difficile continuare a pensare alle sei circoscrizioni previste in origine. Attualmente sono già ridotti, nei fatti, i presidi territoriali perchè questa è la situazione: i circoli 1 e 4 (centro storico e San Benedetto) già condividono la sede, in via Tempio, anche con il circolo Copernico; il circoli 2 e 3 (Mulinu Becciu e San Michele/Is Mirrionis) hanno sede entrambi in via Emilia; rimangono poi il circolo di Pirri (fondamentale perchè presidio per la Municipalità) e il circolo La Palma in via Libeccio. Credo che sia saggio anche in questo caso avviare subito una riflessione e nominare una commissione rispetto alla riorganizzazione dei circoli e delle segreterie, in modo da avere una massa critica di iscritti partecipanti che rendano stimolante il lavoro dei circoli, ottimizzando risorse ed energie.

E la segreteria cittadina di Cagliari dovrà trovare i modi per coinvolgere sempre più il mondo dei democratici, penso in particolare ai giovani che si affacciano alla politica con entusiasmo e curiosità, rispetto alle attività del governo della città, con una sempre maggior collaborazione rispetto al consiglio comunale e agli assessori, in particolare a quelli dem!

Credo che per chi si metterà in gioco come segreterie a tutti i livelli questi siano alcuni dei temi da affrontare. Temi forse scomodi, ma che guardando alla storia recente del nostro partito credo che siano ineludibili.

Ci tenevo a scrivere queste riflessioni e a condividerle con chi ha voglia di ragionare per migliorare questo nostro partito, che vedo sempre più come un necessario baluardo di democrazia e confronto comunitario in un periodo in cui gli individualismi e i correntismi rischiano di assorbire tutte le nostre energie.

Matteo Lecis Cocco Ortu