Sistema elettorale per l’elezione del parlamento italiano: una breve descrizioni e qualche considerazione

Stefano Rombi

 

Il sistema elettorale approvato alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi appartiene alla famiglia dei sistemi elettorali misti, sempre più diffusi in giro per il mondo e introdotti nel sistema politico italiano nel 1993, con l’entrata in vigore della legge Mattarella.

Perché il sistema è misto?

Se escludiamo le circoscrizioni estere, 232 deputati su 618 sono eletti in collegi uninominali secondo la formula plurality (ottiene il seggio il più votato, anche se sotto il 50% dei voti validi) e i restanti 386 sono eletti all’interno di collegi plurinominali secondo una formula proporzionale. Al Senato gli eletti nei collegi uninominali saranno 116 su 309, mentre i restanti 193 sono eletti in collegi plurinominali. Si tratta di un sistema misto molto diverso rispetto al Mattarellum: mentre in quel caso le due parti del sistema erano indipendenti (sebbene il meccanismo dello scorporo le mettesse in relazione), in questo caso il 36% maggioritario e il 64% proporzionale sono strettamente connessi.

 

Circoscrizioni e collegi

Per l’elezione della camera il paese è diviso in 28 circoscrizioni (20 per il senato). Per alcune circoscrizioni il territorio coincide con quello dell’intera regione, mentre per altre il territorio regionale è ripartito in più circoscrizioni (2 in Piemonte, 4 in Lombardia, 2 in Veneto, 2 in Lazio, 2 in Campania, 2 in Sicilia). Ciascuna circoscrizione è suddivisa in collegi uninominali ed in uno o più collegi plurinominali. I 231 collegi uninominali del territorio nazionale sono distribuiti in ciascuna circoscrizione sulla base della popolazione (cui si aggiunge il collegio uninominale della Valle d’Aosta). La determinazione dei collegi uninominali – così come quella dei collegi plurinominali – è rimessa ad una delega legislativa da attuare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, previo parere parlamentare. Il governo, nell’attuare la delega, deve attenersi ai criteri individuati dalla legge delega, che ne limitano in parte il raggio d’azione.

Secondo molti quotidiani, le circoscrizioni plurinominali potrebbero essere 65, per questo possiamo ragionevolmente pensare che in Sardegna non saranno più di 3.

 

Disproporzionalità

Il livello di disproporzionalità del sistema è determinato:
1) dalla limitata ampiezza dei collegi plurinominali (da 3 a 8 seggi in palio alla camera; da 2 a 8 seggi in palio al senato);
2) dalla soglia di sbarramento del 3% applicata su base nazionale (in Spagna, per esempio, è applicata collegio per collegio) per le liste e del 10% per le coalizioni. All’interno della coalizione, non partecipano alla attribuzione dei seggi le liste sotto l’1%.

Ecco, anche nella parte proporzionale, un significativo incentivo alle coalizioni. Le quali, però, non sono identificate da alcun simbolo unitario, né da un programma comune. Che si tratti o meno di una coalizione lo capiremo, oltreché dall’andamento della campagna elettorale, dalla collocazione dei simboli dei partiti all’interno della scheda elettorale. Un po’ pochino.

Va detto che la soglia dell’1% per le liste intra-coalizione è davvero molto bassa e potrebbe portare alla costruzione di coalizioni ipertrofiche e, perciò, tutt’altro che compatte. Ricordo che nel Porcellum la soglia era del 2% (anche se era garantita rappresentanza, almeno in teoria, anche al primo tra i partiti sotto soglia). In quel caso la pressione in direzione di coalizioni magnum era esercitata anche dalla necessità di ottenere il premio di maggioranza.

Infine, la soglia di sbarramento del 3% a livello nazionale vale anche per le liste incluse in coalizione che non superano la soglia del 10%. Si tratta, chiaramente, di un altro incentivo alle coalizioni.

Nota bene: l’applicazione della soglia del 3% nazionale al Senato potrebbe creare di problemi di costituzionalità anche a causa dell’interpretazione che, all’epoca del Porcellum, si diede alla previsione costituzionale secondo cui il senato è eletto su base regionale.

 

Candidature

Nella composizione delle liste è obbligatorio rispettare l’alternanza di genere. «Alla Camera è previsto che nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima. Inoltre, nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima. L’Ufficio centrale nazionale assicura il rispetto di tali prescrizioni. Al Senato le medesime previsioni sono stabilite a livello regionale e spetta all’Ufficio elettorale regionale assicurare il rispetto delle medesime» (cfr. Dossier n° 530/6 – Elementi per l’esame in Assemblea).

Sono esonerati dalla raccolta delle sottoscrizioni – il cui numero è comunque stato ridotto, il che è tipico di sistemi elettorali inclusivi – i partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere alla data del 15 aprile 2017.

Sono ammesse le pluricandidature. Un candidato può presentarsi in non più di 5 collegi plurinominali (nel Porcellum non c’erano limiti). Il candidato in un collegio uninominale può anche essere candidato nei collegi plurinominali, fermo restando il limite di 5. Non è permessa l’opzione volontaria: il pluricandidato è eletto nel collegio in cui la sua lista è più debole elettoralmente.

 

Espressione del voto

Questa, insieme all’assenza di simbolo e programma comune per le coalizioni, mi sembra la parte più critica. Un sistema misto, che presenta due logiche di attribuzione dei seggi diverse, dovrebbe offrire all’elettore la possibilità di esprimere due voti: uno per il collegio uninominale, l’altro per la lista nei collegi plurinominali. Non essendo possibile il voto disgiunto, il voto nel collegio uninominale ricade anche nel collegio plurinominale che lo contiene e viceversa. Tecnicamente si tratta di un tipo di voto non esclusivo, ovvero in grado di influenzare più di un totale di voto.

Se passare dal voto ad una lista nel collegio plurinominale al voto nel collegio è immediato, il contrario è più complesso. Cosa accadrebbe, quindi, se un elettore dovesse votare solo per il candidato del collegio uninominale? I voti sono comunque validi a favore della lista e ai fini dell’elezione del candidato nel collegio uninominale; nel caso di più liste collegate in coalizione, i voti sono ripartiti tra le liste della coalizione in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna nel collegio uninominale.

 

La nuova scheda elettorale (parte interna) per la elezione della Camera dei Deputati . Il relatore alla legge elettorale, Emanuele Fiano (Pd), ha depositato in commissione Affari costituzionali della Camera il nuovo testo base, il cosiddetto Rosatellum 2.0, che prevede il 36% dei deputati eletti in collegi uninominali e il 64% con metodo proporzionale.

Cosa dovrebbe fare il PD?

La selezione dei candidati dovrebbe, a mio parere, passare per elezioni primarie simili a quelle del dicembre 2012. Un buon compromesso potrebbe essere il farle solo per i candidati nei collegi plurinominali (da 2 a 4 candidati per collegio) nei quali, com’è noto, non è ammesso il voto di preferenza  I candidati dei collegi uninominali, invece, hanno, comunque, una legittimazione elettorale, perciò alle primarie per la loro selezione si potrebbe anche rinunciare. Benché l’assenza del doppio voto potrebbe trasformali in una sorta di capolista della lista plurinominale. Anche il formato della scheda potrebbe dare questa idea.

A mio parere, sarebbe opportuno richiedere che nella individuazione dei capilista ci sia alternanza (o equilibrio) di genere. Questo non solo al senato – dove la legge, di fatto, lo impone – ma anche alla camera, dove la legge dice solo che, a livello nazionale, il rapporto di genere dei capilista deve essere al massimo 60/40.

 

Stefano Rombi

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